ALBERTOSIPIONE

#siracusaperiferica

I «sogni venduti» delle quattro mura sicure, si sono infranti nel nulla sovraffollato, nel rovesciarsi progressivo delle pattumiere gonfie d’orgoglio che seppelliscono anche i servizi sociali intenti a cacciare via fumi mefitici.

Il mondo in cui viviamo, prima di tutto nel suo scenario materiale, si rivela di giorno in giorno sempre più stretto. Ci soffoca. Subiamo profondamente la sua influenza; reagiamo ad esso secondo i nostri istinti invece di reagire secondo le nostre aspirazioni. In una parola questo mondo comanda il modo di essere e così ci schiaccia.(Internationale Situationniste, n. 2)

Le strade non sono più punto d’incontro creativo, di scambio e socializzazione, ma il tappeto di carboni ardenti da attraversare in fretta per rincasare nei fortilizi della solitudine. D’altronde a cosa servirebbe lasciarsi ustionare, indugiare nella contemplazione del massacro quotidiano d’ogni lembo d’umanità?
Nelle nostre città ci si annoia: la città vecchia è stata sepolta nella memoria, e la memoria nell’oblio, ma solo dopo la deportazione dell’Agorà nella suburbia delle schiere perfette dei centri multicommerciali, dei palazzi alveare con le celle dormitorio.

Quanto sono improvvisamente lontani il mare e il tempio del sole. Quello che una volta veniva definito «quartiere dormitorio», riservato a negletti e progettato come lager isolante, si è esteso, è divenuto esso stesso il modello urbanistico totale, fagocitando tutto ciò che non è lo sfarzo delle vie del centro, quelle destinate all’autoreferenziale progetto di controisolamento. La precarietà del vivere quotidiano, la bruttezza, hanno trasformato la periferia nella regola e le grandi scatole non formano soltanto il panorama desolato delle «nuove« forme abitative, ma anche l’orizzonte omologato delle nuove culture di convergenza interclassista.
Ciò che appare spaventosamente illogico diventa mostruosamente razionale, come in un qualsiasi Achab a caccia della balena («i miei scopi sono assolutamente insani, ma i mezzi per raggiungerlo sono razionali»).
La fine del sogno dell’industria petrolifera ha mietuto le sue vittime nell’ambiente e nel tessuto urbano. Ma la città deve divenire tomba del pensiero critico, obbedire agli ordini, rassegnarsi al nulla per cui è stata progettata, in quanto prigione con l’ora d’aria d’uno smartphone o dell’ultimo social. Gli interventi pubblici, ovvero dello Stato, nei tempi imposti dall’urna elettorale, confezionano pacchi dono per le forme più estreme della coercizione, rivolgendosi a sapienti archistar che progettano lapidi funerarie in forma di megaliti inaccessibili, i paradigmi costruttivi che prevedono l’orizzonte visuale chiuso come archetipo vertiginoso del pensiero unico.

«L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti a stanze con l’aria condizionata: la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce. l’uomo della città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica e per questo
non sogna più. Il motivo è evidente: il sogno nasce all’interno della realtà e si realizza in essa» (Gilles Ivain).


I situazionisti si sono dati invece come fine non solo quello di riorganizzare l’ambiente urbano ma di cambiarlo, creando le Situazioni nuove e temporanee.
Solo l’evasione dal lager mentale degli abitanti potrà però riaffermare il diritto alla città ponendo al centro la ridefinizione creativa degli spazi urbani. Si tratta di espropriare la città agli immobiliaristi e ai costruttori, creando disconinuità crescenti e forme di resistenza alle grandi opere, mentre le periferie sprofondano nell’alienazione e nella follia del quotidiano.

L’Homo Ludens, ovvero una comunità umana che fosse in grado di ridondarsi sulla vita attiva, sul gioco e sull’ozio, doveva contrapporsi e soppiantare l’Humus economicus, ovvero gli individui atomizzati che vedono asservita la propria esistenza al dover essere del capitalismo che lo stesso Le Courbusier aveva fissato nelle quattro funzioni del lavorare-consumare-abitare-circolare (Gilles Ivain)


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